"l'uomo contrario" di Antonio Manta

Presentazione di Tommaso Pacetti - Fotografo.

La sofferenza libera l’uomo da ogni maschera. Colui che soffre non offre elemosina al sofferente, ma elemosina da quest’ultimo un orecchio a cui parlare, uno sguardo in cui riposare. C’è qualcosa nella sofferenza di molto più umano che nella gioia più sfrenata. Soffrire è vivere, in maniera più o meno volontaria, al di la di ogni buon senso, al di la di ogni condiviso schema di sopravvivenza. Solo chi gode a pieno di questo supremo sentimento, che non è semplicemente una condizione, può bere a piene mani dalla fonte della felicità. Scrivere un testo sul lavoro di Antonio non è per me cosa semplice. Condivido con lui un percorso professionale, oltre che personale, da quasi due anni e per riuscire a parlare delle sue fotografie avrei bisogno di occhi nuovi, vergini. Dovrei far tabula rasa dei trascorsi vissuti con lui per immergermi liberamente nella superficie delle sue immagini. Impossibile. Quel che invece mi preme sottolineare e proporre al lettore di questo libro è la presenza, la sua, che riscontro in questo lavoro, forse più che in altri progetti. La prima cosa che mi disse riguardo a questi scatti fu : “che pace trovarmi in quei luoghi!”. E quei luoghi sono ospedali psichiatrici dell’India e dello Sri Lanka. Era molto tempo che non trovavo una sincerità così disarmante in una frase dalla semplicità estrema. Nient’altro mi disse. Ecco, la potenza di quei scatti risiede proprio in questa sensazione di fraterna tranquillità e solidarietà assolutamente non commiserativa che da essi, a mio avviso, trapela. E’ chiaro che, per l’ignaro lettore, è la disperazione e la tristezza i sentimenti più evidenti che queste immagini e quei luoghi comunicano. Ma scavando un pochino più a fondo ci si rende conto che in queste immagini non c’è nulla di ostentato, di “esotico”, considerando anche la totale straordinarietà dei luoghi in cui sono state prodotte. Sarebbe stato relativamente facile portare a casa scatti struggenti delle assurde condizioni in cui questi uomini vivono, ma non è questo il caso. Non faccio fatica ad immaginarmi “l’omone”, e non il fotografo, muoversi con assoluta leggerezza, che non è superficialità, in quei corridoi, così lontani ma così umanamente familiari. Non è la sofferenza il nocciolo della questione, ma l’assoluta gioia di poterla condividere, alla pari. 
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Lettera aperta di Antonio Manta


Perché l’uomo contrario? Semplicemente perché mi sono sempre sentito diverso. Da ragazzo non mi piacevano la confusione, le discoteche o altre cose normali. Andavo con il mio amico Sandro a fare fotografie e sognavamo grandi viaggi. Sono sempre stato attratto dai luoghi ai confini del mondo e dalle persone che li abitano: la ricerca spasmodica di entrare in contatto con loro, di capire le loro abitudini, i loro pensieri. Non mi interessava il lusso o ciò che era artefatto, ma la vita delle persone comuni, semplici. Non ho mai parlato niente che non fosse il mio Toscano, ma con il linguaggio del corpo sono sempre riuscito a comunicare. Riuscivo a farmi capire, condividere e farmi accettare anche in posti remoti come Cambogia, Laos, Vietnam, India, Zambia, Marocco, Tunisia. I miei amici non si capacitavano di come io potessi farmi accettare senza potermi esprimere con la lingua del posto. Riuscivo a farmi ospitare, dormire e mangiare in capanne in Cambogia; rimasi in un carcere Ugandese per tre giorni, comunicando solo con lo sguardo e con i sorrisi. Per lo stesso motivo sono sempre stato attratto da chi viene considerato “diverso”, malato, povero e da tutto ciò che attiene quello che i molti definiscono “disagio”. Io, con queste persone mi sentivo e mi sento tutt’ora, in totale sintonia. Ho pensato molto a questo, e sono arrivato a trarre un mio semplice pensiero. Pina, mia madre, appena dopo che sono nato si è ammalata del morbo di Parkinson. L’ho sempre vista su un letto o sulla sua poltrona, contorcersi nel suo dolore e nel suo tremore. Parlava malissimo e noi familiari dovevamo intuire cosa dicesse. Nonostante questo ho avuto un’infanzia bellissima, grazie a lei, ai miei fratelli Elena, Paolo e a mio padre Bruno “Cosimo”. Ero il più piccolo e coccolato, ed ero un ribelle nato, e devo veramente ringraziare i miei fratelli, che mi hanno sempre coperto e aiutato. Probabilmente ho sviluppato una mia particolare sensibilità cercando di capire mia madre e comunicando con lei a gesti e sguardi. In particolare lo sguardo mi ha sempre attratto; è, come dicono, lo specchio dell’anima. Tramite gli occhi, riesco a percepire emozioni e stati d’animo. Ho scelto la Fotografia per esprimermi perché non so scrivere, e questo testo lo dimostra. Non penso che le mie fotografie siano belle o brutte, ma sono semplicemente una proiezione dei miei stati d’animo rispetto a ciò che sto guardando. Non ho mai fotografato per un’affermazione personale, ma solamente per comunicare ciò che ho dentro. Questo lavoro che presento è il frutto di molti anni di ricerca, dove per una mia curiosità mi sono avvicinato agli ospedali Psichiatrici, strutture che a tutti fanno paura. Ho voluto percepire i luoghi, le persone che vi erano e che sono ricoverate. Ho provato forti emozioni stando con loro, abbattendo le sbarre che li dividevano dal mondo “Normale”. Mi sono sempre sentito a mio agio, e, contro tutto ciò che nelle mie visite mi dicevano anche gli infermieri, non ho mai provato paura o sensazioni sgradevoli. Anzi, pace, tranquillità e rilassatezza. Loro mi percepivano come uno di loro ed io mi sentivo uno di loro. Sono anche io “contrario” ma mi va bene e ne sono fiero.
Antonio Manta l’Uomo contrario

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Pensieri di Alda Merini

“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali”.

Alda Merini

Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara.

Alda Merini

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Selfie Antonio Manta