Libro "Visions"

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Libro "Visions"

Fotografie di Catia Mencacci

Testi Tommaso Pacetti

Libro 15x20
Pagine 112
Formato libro PDF non stampabile

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…un uomo della tribù m’aveva seguito come un cane fino all’ombra irregolare delle mura. Quando uscii dall’ultimo sotterraneo, lo ritrovai all’imbocco della caverna. Stava sdraiato sulla sabbia dove goffamente tracciava e cancellava una fila di segni, ch’erano come le lettere dei sogni, che quando stiamo per capirle si confondono.

E’ ormai nota l’affermazione per cui la fotografia abbia a che fare con la morte e con l’eterno, poiché fissa ciò che è stato, e non sarà più, e gli dona un’esistenza eterna; trasforma la materia mortale in sostanza “immortale”. Questo meccanismo di prelevamento implica inoltre che la fotografia sia connessa ai concetti di linearità e circolarità, di reciprocità ed isolamento, di dipendenza ed autonomia, proprio perché, nell’atto del prelevare, incrina la consecutio dei fenomeni naturali, isolando quella porzione di universo “dall’intricata concatenazione di cause ed effetti, che è tanto vasta e segreta”, generandone di nuove ed infinite, nei più infiniti e svariati modi.

Questi aspetti della fotografia sono molto simili a ciò che avviene durante il sogno, in cui le immagini, fotogrammi provenienti dal mondo della veglia, vengono prelevate dal continuum esperenziale nel quale sono state folgorate, per essere rielaborate e vissute sotto nuove ed imprevedibili possibilità, apparentemente senza alcun principio visibile, in un tempo eterno che dura lo spazio di un secondo.

La realtà della fotografia, come quella del sogno, è un realtà fatta di spettri e monoliti, di elementi che spariscono nell’istante in cui si trasformano, simultaneamente divisa tra la precarietà dell’attimo e la vertigine della sua ripetizione.

Le immagini che seguono, nell’accuratezza e raffinatezza con cui sono state realizzate e nella loro vaghezza iconica, simulano ed accentuano questo aspetto intrinseco dell’immagine fotografica, il suo non prendere posizione a cavallo tra un mutismo pregno delle infinite possibilità e la ieraticità della materia che la compone.

Sono immagini di un sogno, di cui conservano l’ambiguità e la densità di significati; sono immagini che, nella loro tensione tra realtà e finzione, tipica comunque di ogni segno iconico, sembrano avvicinarsi ad una Verità molto più vasta ed intricata di ogni lucido e limitato intento definitorio. Come per le particelle più elementari della materia, tentare di far luce, di separare, di mettere a fuoco gli elementi che le compongono, significa perderne le tracce; come fotoni e bosoni bisogna riconoscerne i connotati rassegnandosi a percepirne i tratti e le loro tracce all’interno della visione di un più ampio ed inumano sistema. 

I volti e le figure vagamente umanoidi sono sul punto di essere cancellate, come i volti e le figure di un sogno; le architetture e gli spazi naturali, ultimi baluardi del peso di una verosimiglianza superata, si sgretolano e si vaporizzano mescolandosi con l’atmosfera. 

Abbandonati al sogno e calati nelle profondità da una minuscola apertura di forma circolare da dove è ancora possibile scorgere il mondo la fuori, le forme cominciano ad animarsi di un nuovo respiro, si assecondano e si confondono, le une echi e presagio delle altre; l’Universo appare d’un colpo nella sua totalità all’interno di un minuscolo frammento di materia, e la distinzione tra il mondo degli uomini, popolato da spettri sull’orlo dell’oblio e quello immobile delle cose, svanisce, a favore di un nuovo e segreto dialogo tra elementi eterogenei che comunicano con la stessa lingua e condividono la stessa sostanza. 

Le figure rappresentate perdono i propri connotati specifici, diventano elementi simbolici, frammenti di ricordi e visioni archetipiche, “ giacché i particolari possono abbondare nei fatti ma non nella memoria di essi…”; ed è proprio il sapore del ricordo più remoto, quello che ha perso le sue spoglie materiali, conservando la sua immagine sfuggevole ed elastica e diventando pura visione, a centrare il sapore di un’istante che diventa d’improvviso tutti gli istanti, fino al momento in cui, il remoto e vagamente familiare suono di un orologio, nella sua perfetta simmetria, ci riconsegna allo stato di veglia, ricordandoci la nostra disgraziata condizione di abitanti del Verbo.

Tommaso Pacetti

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