Libro “Visions”

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Testi di Tommaso Pacetti.

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Descrizione

Fotografie di

Catia Mencacci

…un uomo della tribù m’aveva seguito come un cane fino all’ombra irregolare delle mura. Quando uscii dall’ultimo sotterraneo, lo ritrovai all’imbocco della caverna. Stava sdraiato sulla sabbia dove goffamente tracciava e cancellava una fila di segni, ch’erano come le lettere dei sogni, che quando stiamo per capirle si confondono.

E’ ormai nota l’affermazione per cui la fotografia abbia a che fare con la morte e con l’eterno, poiché fissa ciò che è stato, e non sarà più, e gli dona un’esistenza eterna; trasforma la materia mortale in sostanza “immortale”. Questo meccanismo di prelevamento implica inoltre che la fotografia sia connessa ai concetti di linearità e circolarità, di reciprocità ed isolamento, di dipendenza ed autonomia, proprio perché, nell’atto del prelevare, incrina la consecutio dei fenomeni naturali, isolando quella porzione di universo “dall’intricata concatenazione di cause ed effetti, che è tanto vasta e segreta”, generandone di nuove ed infinite, nei più infiniti e svariati modi.

Questi aspetti della fotografia sono molto simili a ciò che avviene durante il sogno, in cui le immagini, fotogrammi provenienti dal mondo della veglia, vengono prelevate dal continuum esperenziale nel quale sono state folgorate, per essere rielaborate e vissute sotto nuove ed imprevedibili possibilità, apparentemente senza alcun principio visibile, in un tempo eterno che dura lo spazio di un secondo.

La realtà della fotografia, come quella del sogno, è un realtà fatta di spettri e monoliti, di elementi che spariscono nell’istante in cui si trasformano, simultaneamente divisa tra la precarietà dell’attimo e la vertigine della sua ripetizione.

Le immagini che seguono, nell’accuratezza e raffinatezza con cui sono state realizzate e nella loro vaghezza iconica, simulano ed accentuano questo aspetto intrinseco dell’immagine fotografica, il suo non prendere posizione a cavallo tra un mutismo pregno delle infinite possibilità e la ieraticità della materia che la compone.

Sono immagini di un sogno, di cui conservano l’ambiguità e la densità di significati; sono immagini che, nella loro tensione tra realtà e finzione, tipica comunque di ogni segno iconico, sembrano avvicinarsi ad una Verità molto più vasta ed intricata di ogni lucido e limitato intento definitorio. Come per le particelle più elementari della materia, tentare di far luce, di separare, di mettere a fuoco gli elementi che le compongono, significa perderne le tracce; come fotoni e bosoni bisogna riconoscerne i connotati rassegnandosi a percepirne i tratti e le loro tracce all’interno della visione di un più ampio ed inumano sistema.

I volti e le figure vagamente umanoidi sono sul punto di essere cancellate, come i volti e le figure di un sogno; le architetture e gli spazi naturali, ultimi baluardi del peso di una verosimiglianza superata, si sgretolano e si vaporizzano mescolandosi con l’atmosfera.

Abbandonati al sogno e calati nelle profondità da una minuscola apertura di forma circolare da dove è ancora possibile scorgere il mondo la fuori, le forme cominciano ad animarsi di un nuovo respiro, si assecondano e si confondono, le une echi e presagio delle altre; l’Universo appare d’un colpo nella sua totalità all’interno di un minuscolo frammento di materia, e la distinzione tra il mondo degli uomini, popolato da spettri sull’orlo dell’oblio e quello immobile delle cose, svanisce, a favore di un nuovo e segreto dialogo tra elementi eterogenei che comunicano con la stessa lingua e condividono la stessa sostanza.

Le figure rappresentate perdono i propri connotati specifici, diventano elementi simbolici, frammenti di ricordi e visioni archetipiche, “ giacché i particolari possono abbondare nei fatti ma non nella memoria di essi…”; ed è proprio il sapore del ricordo più remoto, quello che ha perso le sue spoglie materiali, conservando la sua immagine sfuggevole ed elastica e diventando pura visione, a centrare il sapore di un’istante che diventa d’improvviso tutti gli istanti, fino al momento in cui, il remoto e vagamente familiare suono di un orologio, nella sua perfetta simmetria, ci riconsegna allo stato di veglia, ricordandoci la nostra disgraziata condizione di abitanti del Verbo.

Tommaso Pacetti

Caratteristiche
  • Libro 15×20
  • Pagine 112
  • Formato libro PDF non stampabile